La storia

Benedettine veronesi in San Gabriele

Nel XIII secolo si trovava in San Gabriele, presso l’attuale corte Chiavegato, un’esigua comunità di suore benedettine.

Una chiesa dedicata all’arcangelo esisteva – andrà detto – da prima del 1178: essa dava il nome alla contrada (hora Sancti Gabrielis) ed era dotata di un piccolo patrimonio immobiliare autonomo, concentrato tra la strada (via Sancti Gabrielis) e il Tregnone.

Beni di San Gabriele ubicati ultra Menacum sono attestati nel 1215.

La prima testimonianza esplicita della comunità monastica risale al 1250, quando la badessa Maza e la consorella Graziana, probabilmente in ragione dell’esiguità del cenobio isolano, stabilirono una comunione di beni e persone con le sorores del monastero di Sant’Agata sub Aquario di Verona, costituito intorno alla metà degli anni Venti. Nel periodo immediatamente successivo alla morte di Ezzelino III la Chiesa veronese, che era stata coinvolta nelle burrascose vicende che caratterizzarono la prima metà del Duecento, dovette affrontare il grave problema della sua riorganizzazione. Le stesse Benedettine di Sant’Agata furono interessate dal vasto programma di riordino istituzionale promosso dal vescovo Manfredo Roberti (1260—1268). E nel quadro di tale programma che va visto l’intervento arbitrale, nel 1263, di magister Delacorra, vicario del vescovo Manfredo, relativamente a una controversia vertente tra Gisalba, monaca di San Gabriele di Isola della Scala, da una parte, e la pieve di Santo Stefano – rappresentata per l’occasione da Bonazonta arciprete di Tregnago – dall’altra.

L’intervento del Delacorra era stato richiesto dietro petizione della stessa Gisalba, affinché cessassero le pretese dei preti di Isola sul patrimonio di San Gabriele. Da parte sua Gisalba dichiarava di essere soror del convento isolano da cinque anni. I preti di Santo Stefano, d’altra parte, intendevano dimostrare l’illegittimità della posizione di Gisalba: colei – sostenevano i chierici di Isola – era interdetta, in quanto sarebbe incorsa in excomunicationes et cassationes. I dettagli del caso non sono ben noti.

II Delacorra, pronunciandosi a favore di suor Gisalba, proibì ai pievani di Santo Stefano di interferire nel possesso dei beni di San Gabriele, a condizione però che il capitolo della pieve fosse consultato in caso di passaggio di proprietà. Ai preti fu concesso di far ricorso entro un mese. Gisalba era ancora in vita nel 1298, anno in cui acconsentì alla decisione della badessa Isabella di accogliere nella piccola comunità benedettina Concordia, figlia di Benaventura de Maçuchellis da Trevenzuolo, lamentandosi una pressoché totale mancanza di personale (“cum plures non essent monasterio”).

Pochi anni dopo le suore di Sant’Agata chiesero di trasferirsi nel monastere di Sant’Antonio al Corso di Verona, ma a ciò si opposere le monache di detto ente ricorrendo al vicario del vescovo.
L’aggregaziene ebbe comunque luogo di lì a pochi anni, come altri documenti dimostrano. Cessò allora la presenza di monache in Isola, mentre restarono per secoli i beni immobili costituiti dalla corte e da due possessioni – una in San Gabriele e l’altra in Tarmassia, grosso modo nell’attuale località Zanon – che venivano amministrate dal sopra ricordato monastero di Sant’Antonio al Corso e di cui esiste documentazione nelle carte del monastero conservate presse l’Archivio di Stato di Verona.

La presenza di un ente monastico, per quanto piccolo, certamente contribuì al costituirsi in San Gabriele di un contro abitato di una certa consistenza, che aveva un riferimento religioso nella chiesetta di Sant’Antonio. Di essa si fa menzione nelle visite pastorali cinquecentesche, quando ormai era in stato di avanzato degrado e destinato ad essere sostituita da quella di San Michele, sopravvissuta fino ai nostri giorni.

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